Le idee. Marx e Keynes. Un romanzo economico

Il problema degli approcci stupidi è che bloccano la strada a quelli intelligenti. Se gli insulsi appelli contro il signoraggio vi circondano, ciò non toglie che bisogna saper pensare in maniera laica, e anche radicale, la moneta e il capitale. Una recensione in compagnia di Marx e Keynes, dal libro di  Pierangelo Dacrema, uscito pochi mesi fa per Jaca Book

di Tommaso Codignola 

Ho acquistato questo libro per caso (caso di serendipity) vagando in libreria: messo di coperta e non di costola, l’ho acchiappato al volo: un dialogo tra Marx e Keynes redivivi ambientato nel 2015. Furba Jaca a apporre il sottotitolo: non economicista (parola semanticamente “cattiva”), non per economisti (indebita circoscrizione dell’uditorio possibile), ma economico: infatti uno lo rigira e in quarta trova: 12 euro. Economico, perché costa poco, dunque, oltre che perché parla di economia.

Lo stile è buono, pulito, anche se ovviamente non si tratta di letteratura (né Dacrema tiene particolarmente a che lo sia o si sforza di fingerlo); l’ascendenza è piuttosto quella dei contes philosophiques settecenteschi di Montesquieu, Diderot e Voltaire e, risalendo ancora più indietro, dei dialoghi platonici: un dibattito di idee drammatizzato. I risultati più interessanti: l’ammissione da parte di Marx dell’erroneità (o meglio, della parzialità) della sua teoria dello sfruttamento capitalistico: la creazione di plusvalore non avviene più esclusivamente attraverso il lavoro degli operai (ai quali, secondo l’ortodossia marxista, parte della creazione di valore viene necessariamente sottratta dall’imprenditore, se vuole far utili); l’imprenditore è invece esso stesso lavoratore nelle vesti di organizzatore del lavoro altrui, investitore, creatore, ecc. In questo modo anch’egli acquista un diritto a partecipare alla spartizione della ricchezza creata: ciò che da una parte non toglie l’idea di una frequentemente iniqua spartizione di questa ricchezza, ma accantona l’idea che qualsiasi retribuzione dell’imprenditore sia un furto ai danni dei lavoratori. Si sente qui, ed è esplicito in un passaggio almeno, l’appartenenza di Dacrema al tessuto imprenditoriale italiano, in cui il 95% delle aziende conta meno di 15 dipendenti, gli imprenditori lavorano fianco a fianco dei loro operai, ecc. A fronte di questa importante concessione da parte di Marx, Keynes e Marx giungono però insieme a una conclusione ancora più radicale: la necessità di oltrepassare il denaro (non la finanza: proprio il denaro!). Sostenuto da un professore universitario in materie finanziarie fa un certo effetto. Secondo Dacrema capitale e sua rappresentazione monetaria sarebbero separabili: il capitale è l’arricchimento oggettivo del mondo realizzato dal lavoro dell’uomo nelle generazioni, la moneta la rappresentazione imperfetta e iniqua di questo capitale, su cui gli interessi dell’uomo hanno finito col concentrarsi erroneamente, dando vita al fenomeno pericoloso dell’accumulazione del denaro. Secondo Dacrema (Marx & Keynes), l’umanità potrebbe continuare benissimo ad arricchirsi materialmente rinunciando al denaro: un terzo degli attuali lavoratori sono impiegati nel settore finanziario (banche, ecc.), Dacrema li chiama “falsi occupati”: sono lavoratori impegnati nel dare conto numerico di cosa è di chi, ma esclusi di principio dal lavoro vero, creativo. Di contro i molti disoccupati sono dovuti alla sproporzione creatasi tra le possibilità tecnologiche della società e il denaro disponibile: gli imprenditori limitano le assunzioni, non perché non potrebbero produrre di più, ma perché questa produzione sfocerebbe in crisi di sovrapproduzione e fallimenti: la macchina tecnologica contemporanea è dunque tenuta col freno tirato per colpa del denaro. Con la fine del denaro i finti occupati della finanza e i disoccupati veri del regime di sottoutilizzo tecnologico entrerebbero nel lavoro vero, con un aumento enorme di creatività e produttività e una simmetrica diminuzione verticale di frustrazione da lavoro vuoto e inoccupazione. Il processo, una delle tappe più gigantesche nella storia dell’umanità, dovrebbe essere realizzato gradualmente: prima si arriverebbe ad una unificazione mondiale della moneta (il vecchio bancor di Keynes), poi si potrebbe procedere per gradi a eliminare il denaro. Aggiungo io: con esperimenti pilota in piccole comunità sempre più estese, con un’educazione diversa a scuola, con dei controlli iniziali sull’acquisto delle merci. L’antropologia di Dacrema è realistica, ma non pessimistica: l’uomo ama i beni spirituali e quelli materiali (una Maserati o un buon Champagne), queste cose non verrebbero meno, né sarebbero censurate, ma riportate alle loro giuste proporzioni. E’ un’utopia assai interessante e sostanzialmente condivisibile, che vale la pena d’esser pensata e approfondita.

Un pensiero su “Le idee. Marx e Keynes. Un romanzo economico

  1. alvaro ha detto:

    interessante. mi sembra impossibile eliminare i denaro. come già sta avvenendo il denaro si traformerà in moneta elettronica. il denaro è una cosa veramente imparziale e universale nelle relazioni umane. senza il denaro tutto tornerebbe all’età della pietra. si tornerebbe al baratto? come è possibile da forme cosi complesse degli scambi commerciali praticabili oggi grazie al denaro tornare al baratto?

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