Terrorismo e violenza

E’ passato quasi un mese della stragi di Parigi, un mese forse necessario per lasciar sedimentare le troppe parole che si sono accumulate, in un momento in cui si fa forte il bisogno di pensiero serio. Si fa forte anche perché si è mostrata la fragilità di molte delle nostre categorie interpretative, di cui si fa spesso un uso sciatto e pigro. Sacro (e dissacrante), violenza, tolleranza, laicità e integrazione sono apparsi concetti sfocati, molto più spesso scivolosi.  Bisogna intendersi bene per vedere lontano, a partire da noi, e dal terrorismo.

di Marco Bresciani

“L’11 settembre europeo”: così sono stati da più parti ribattezzati gli attentati parigini del 7 e 9 gennaio scorso. Corollario di questa posizione è che sia in corso una “guerra di civiltà”, in cui il terrorismo è intrinsecamente legato all’Islam. Esso è un “atto di guerra” rivolto contro la “nostra libertà”, un’espressione di “barbarie medievale” opposta al “moderno Illuminismo”.

Nondimeno, l’accelerazione del tempo e dello spazio globale accumula e consuma eventi che di volta in volta si presentano sotto forma di novità assoluta: solo l’analogia che collega gli eventi in una sorta di continuità senza storia pare afferrarne il significato. Della violenza terroristica gli attacchi di Al-Qaeda all’America nel 2001 tendono ad offrire un paradigma disponibile ad ogni uso politico e giornalistico. E’ però opportuno integrare la morfologia del terrorismo in una prospettiva storica.

Non è certo la prima volta che il terrorismo islamista colpisce in Europa: basti ricordare gli attacchi al métro parigino nel 1995, ai treni di pendolari madrileni nel 2004, o al tube londinese nel 2005. Dunque, i recenti accadimenti parigini non sono né inediti, né del tutto inattesi. Piuttosto, si tratta del primo caso che sia stato seguito intensivamente da twitter e da Facebook: la presenza dei social network ha dato una curvatura particolare alla reazione dell’opinione pubblica europea, provocando l’immediata identificazione con le vittime, compendiata dal motto JeSuisCharlie. L’ondata emotiva di massa, veicolata attraverso la rete, ha ulteriormente amplificato l’impatto delle stragi parigine. Da questo punto di vista, c’è una paradossale e involontaria complicità tra il terrorismo e la modernità. Più una società è tecnologicamente avanzata e culturalmente aperta, più gli effetti del terrore sono devastanti e penetranti.

Sorprendente com’è nella sua natura, il terrorismo ogni volta rivela l’intrinseca vulnerabilità delle società democratiche e l’infinita disponibilità di risorse e obiettivi per chi ha deciso di colpirle. Per quanto si possano inasprire le misure repressive, permarrà sempre uno spazio in cui si possono muovere e agire i terroristi. Proprio per questo, il terrorismo di per sé non mira ad abbattere le istituzioni, ma a provocare una dinamica reattiva dello Stato, a riscrivere le agende della politica e a condizionarne gli strumenti legislativi. I terroristi operano per modellare il nemico a loro immagine e somiglianza e per mostrarne “il volto demoniaco”. Uno Stato democratico che, per combattere i terroristi, adotti la tortura e sospenda lo Stato di diritto in nome della sicurezza, finisce inesorabilmente per minare la propria legittimità. Di queste scelte, però, la politica, non il terrorismo, porta – e porterà nei mesi a venire – la responsabilità ultima.

D’altro canto, colpisce lo stupore inorridito degli europei di fronte alla disponibilità al sacrificio e alla brutalità dei terroristi. Essi sembrano aver dimenticato che la violenza politica è esperienza piuttosto comune, che attraversa l’Ottocento e il Novecento; i suoi cicli nascono e si esauriscono per ragioni complesse, legate alle trasformazioni politiche, sociali e culturali. I fratelli Kouachi e Amédy Coulibaly – “terroristi della porta accanto” provenienti dalle periferie francesi – non sono certo eccezioni nella storia d’Europa, anzi vi appartengono a pieno titolo. In questo senso, i loro attentati sono profondamente diversi da quelli dell’11 settembre, organizzati e realizzati da una cellula che si era trasferita negli USA con questa apposita missione. Al contempo, le loro azioni rimandano a quelle reti dello jihadismo globale che lacera e colpisce le comunità musulmane prima ancora di attaccare le società occidentali.

Nelle sue intenzioni, ogni forma di terrorismo è un atto di guerra – in nome di un gruppo nazionale, di una classe, di una religione, di un’ideologia politica, di un’organizzazione criminale “mafiosa”. La sua logica dicotomica immagina il proprio nemico come un’unità monolitica e coerente. Ad esempio, i terroristi populisti russi erano in guerra contro l’Impero zarista, l’IRA contro l’Impero britannico, oppure le Brigate rosse contro la Repubblica italiana. Profondamente diverse furono le strategie repressive che ciascuno di questi governi adottarono. Tuttavia, ciò non significa che quelle società fossero in stato di guerra – perlomeno, finché, per ragioni più ampie e complesse del terrorismo, l’Impero russo e l’Irlanda non precipitarono rispettivamente nella rivoluzione del 1905 e nella guerra civile del 1916. Allora come oggi, le intenzioni dei terroristi – come quelle di qualsiasi attore storico – non definiscono i significati delle loro azioni e dei rispettivi contesti. Accettassimo la loro interpretazione dei fatti (e la paura che questa implica), avremmo già cominciato a vivere nel loro mondo.

 

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