Tout est toléré? Le direzioni della nostra laicità

di Pasquale Terracciano

In uno dei capisaldi della più recente letteratura sulla tolleranza, On Toleration, di Michael Walzer, si legge: «Negli Stati Uniti, e in generale in Occidente, la maggior parte degli individui crede che la tolleranza religiosa sia una faccenda semplice. Quando sentono parlare di guerre di religione in regioni vicine (per esempio in Irlanda o in Bosnia) o lontane hanno reazione di incredulità o incomprensione. In quei paesi la religione o è stata contaminata da componenti etniche e nazionalistiche, o si è caricata di istanze estremistiche, fanatiche, e quindi ai nostri occhi insoliti». Era la fine degli anni ’90, la storia – secondo una sfortunatissima formula – era finita, il mondo liberal avrebbe conquistato il mondo. Il nostro principale problema era il sesso orale.

Le cose sono cambiate, ma le nostre percezioni non si sono molto affinate. La difficoltà a prendere sul serio i concetti di sacro e violenza non sorprende troppo, e ha radici più o meno profonde: è figlia dell’ottimismo ineluttabile che ha contrassegnato – sempre con maggiori crepe, a onor del vero – gli ultimi decenni dell’Occidente: figlie dell’ideologia del progresso, declinata secondo i crinali di una inevitabile secolarizzazione, per un verso, e dell’«irenizzazione» del centro del mondo (che sfoga i conflitti sulle periferie).

A prima vista sorprende un po’ di più la scarsa dimestichezza di tutti, e dei nostri opinionisti in particolare, con i concetti di laicità e tolleranza, quantomeno perché, – anche a trascurare il dibattito filosofico anglosassone ancora in corso, di cui Walzer è uno dei capitoli – nel primo decennio del nuovo millennio si erano riversati nella saggistica alcuni delle riflessioni e delle ricerche che l’accademia andava meditando da qualche anno. A memoria vengono in mente svariati tomi o agili volumetti, pubblicati in un pugno di anni, da Gian Enrico Rusconi a Eduardo Tortarolo, e poi Geminello Preterossi, Carlo Alberto Viano, Giulio Giorello, Michele Ciliberto, come pure un numero speciale della rivista Parolechiave interamente dedicato al tema Laicità, laicismi. I motivi erano diversi: l’11 settembre ovviamente, ma anche l’offensiva ratzingeriana sul valore pubblico della religione. Anni in cui il crocifisso nella aule italiane e il velo sui volti francesi impazzavano sulle prime pagine (sembra un’epoca fa quando il problema dell’Europa era se inserire o meno nel premabolo della Costituzione l’accenno alle radici cristiane). E c’era già stato Rushdie, e poi Theo Van Gogh.

In realtà la faticosa traducibilità dei temi di quel dibattito oggi è un indizio dei limiti e della scivolosità dei concetti di laicità e tolleranza. Lo si è visto nelle reazioni successive alle stragi parigine. Alla sacrosanta (ma forse irriflessa) difesa della libertà di stampa ha fatto seguito in alcuni un leggero imbarazzo quando il rapper antisemita Dieudonné ha twittato «Je sui Charlie Coulibaly», solidarizzando con il killer del supermercato kosher, ed ha passato un giorno in carcere. Qual è il limite della sfrontatezza che si può esprimere? Il diritto di una rivista satirica di farsi beffe dei fedeli è così diverso dalla macabra offesa a delle vittime? Alcuni ne hanno approfittato per insinuare che la libertà di parola è solo un espediente per permettere alla cultura occidentale, nonostante la maschera di Voltaire, di decidere cosa dire e cosa non dire, ma che, alle corde, mostra la sua ipocrisia. E se il fermo di Dieudonné fosse avvenuto per punire e fermare l’istigazione – insomma per motivi di prudenza – non avrebbe dovuto accadere lo stesso per le vignette? C’è chi ha sostenuto che se l’ordine pubblico viene turbato dalle vignette – ma l’ordine pubblico è stato turbato dalle vignette o dalle pistole? – allora queste avrebbero dovuto essere vietate, per non barattare un’astratta difesa della libertà con una concreta convivenza pacifica. Si potrebbe in primo luogo osservare che la legge tutela dalla reazione, quando l’azione è all’interno di un perimetro stabilito. Altrimenti bisognerebbe pensare che se ci sono persone disposte a uccidere contro il divorzio o l’istituto della proprietà privata, dovremmo eliminare divorzio e proprietà privata. Molti inoltre, anche non credenti, hanno trovate le vignette fuori luogo, sguaiate, ripugnanti. Sarebbe semplice far notare che la tolleranza si esercita solo su ciò che disapproviamo, perché altrimenti si chiama adesione e supporto. Cose ovvie, ma evidentemente non così tanto.

Gli esempi si potrebbero moltiplicare: la tolleranza religiosa, la libertà di parola, la “nostra” laicità non sono faccende semplici. Come pure capire se è giusto, o se solo conviene, tenere la libertà di pensiero esercitata da Charlie Hebdo all’interno del perimetro (anche quando diviene libertà di irritare); e allo stesso tempo porsi la stessa domanda per quella, barbara, di Dieudonné. La discussione non è in prima battuta sullo statuto della laicità e della tolleranza, quanto piuttosto sui suoi limiti. Il fondamentalismo, del resto, ci istruisce sui bordi delle nostre architettura costituzionali. Eppure nel definire sacrosanta la difesa di Charlie e barbara la battuta di Dieudonné abbiamo già speso un giudizio valoriale enorme, che ci mostra quanto sia complicato addobbare di neutralità la nostra libertà e laicità. Ed è per forza necessaria questa neutralità? Se uno crede e condivide dei valori, crede che siano giusti: perché dovrebbe comportarsi fingendo che non lo siano?

Sono domande frequenti nel dibattito filosofico e giuridico, che permettono di offrire qualche punto di appoggio meno instabile per pensare le soluzioni. Chiarendosi questo, a mio parere, sarà possibile porre meglio la questione: che è anche problema del rapporto tra una maggioranza e una minoranza, tra autonomia e identità, tra integrazione e riconoscimento. Problema di lealtà e appartenenza.

Ci vorrebbe un saggio per venirne a capo, e qui possiamo offrire solo alcuni chiarimenti, in primo luogo terminologici. Partiamo dalle basi: dalla laicità for dummies. Il significato di laicità è fortemente legato al contesto nazionale, proprio perché la sua genesi si accompagna alla costituzione dello Stato-nazione nella sua indipendenza / equidistanza dalle istituzioni religiose.  In Inghilterra, dove la monarchia si rafforza attraverso una Chiesa nazionale, non esiste nemmeno il termine: e tutto il dibattito che solitamente vi afferisce è sussunto, nel mondo anglosassone, attraverso la decisiva influenza di Locke e poi di Stuart Mill, nell’ambito della libertà religiosa e della tolerance (dunque di tutela dei individui e dei diversi credi). In Francia, come abbondantemente noto, sulla scia di Rousseau e poi della volontà di cesura rivoluzionaria, la neutralità della laicità tende a pensarsi come un sistema di valori alternativo a quello delle chiese. Se nel privato ognuno può seguire il proprio credo, lo spazio pubblico è invece il luogo dove si esercitano, alla luce della ragione, i valori condivisi della Repubblica.

E in Italia? Anche qui lo Stato si afferma in contrapposizione, spesso anche spigolosa, con la Chiesa. Laicità non compare inizialmente nel lessico della filosofia politica italiano (se non nel senso generale), ma per lungo tempo si preferisce parlare di laicismo, con diverse e talvolta opposte sfumature. Nel Dizionario Politico del Partito Nazionale Fascista, la voce scritta da Walter Maturi afferma senza dubbio che “il laicismo contiene in sé una concezione del mondo e della vita, che emancipa lo spirito umano, esplicitamente o implicitamente, dalle religioni positive o dalle Chiese organizzate delle religioni positive, e una concezione dei diritti dello Stato e dei cittadini di fronte alle Chiese, per mezzo della quale la concezione filosofica tende praticamente a realizzarsi nella vita politica, negli istituti statali, nel costume morale”. Secondo invece la voce stesa da Zanone del classico Dizionario di Politica di Bobbio e Matteucci, il laicismo viene inteso non tanto come un’ideologia, quanto come “un metodo inteso allo smascheramento di tutte le ideologie”. Spirito critico, ma anche fallibilismo metodologico e tolleranza.

Negli ultimi decenni in Italia si è assistito alla progressiva distinzione tra laicità e laicismo, spesso condotta in spirito polemico (e in parte imposta nel dibattito pubblico dall’opinione pubblica cattolica). Il laicismo, inteso sia come concezione del mondo che come metodo demistificatorio, è stato piegato a significare una degenerazione estremista ed erronea dell’atteggiamento dello Stato, e dunque opposto a una «sana» laicità. Ma quale laicità? Non la semplice condizione formale della separazione tra Stato e Chiesa o il confinamento della fede nell’ambito della coscienza individuale (che rifletterebbe una visione areligiosa dell’esistenza e sarebbe dunque da inserire nel “laicismo”). La “sana” laicità sarebbe dunque data dal riconoscimento dell’attività pubblica della fede, e di tutti i simboli e di tutte le esenzioni del caso. 

E’ una distinzione che presenta una robusta dose di strumentalità; ma se questo uso si è andato affermando ciò è dovuto anche a debolezze intrinseche dei concetti di laicità, libertà religiosa, tolleranza. I dibattiti su questi temi, in tutto il mondo, hanno iniziato in effetti  a cambiare, quando il confronto con portatori di differenze legate a identità che volevano riconosciute si è fatto più frequente.

L’idea liberale di laicità – che la si veda o meno come la posizione “ideologica” del laicismo – risponde più o meno efficacemente alla domanda «come consentire al singolo di professare la sua fede e tutelarlo dalle ingerenze». Lo è perché è mirata in primo luogo a garantire e promuovere l’autonomia individuale. Molto spesso però la richiesta della tutela dei fedeli non coinvolge solo la possibilità di professare un culto, ma chiede anche un riconoscimento di identità, cioè chiama in causa il problema dell’appartenenza e dell’accoglienza. Il bisogno di tolleranza può inoltre nascere non solo dall’idea che poche cose siano tollerate, ma al contrario dall’idea che troppe cose siano tollerate all’interno della società (ad esempio, la satira, la pornografia o l’aborto). Più che la vera o presunta minaccia che verrebbe ai fedeli dalla licenza degli altri – che non dovrebbe essere in questione in uno Stato “laico” – il conflitto, più o meno latente, si sposta sulla difficoltà di avvertire un senso di appartenenza o lealtà nei confronti di uno Stato che consente un uso “simile” del pensiero o del corpo (o di uno Stato che fa determinate scelte di politica estera). Il problema è ovviamente più radicale quando chi professa un’idea è convinto che la garanzia della sua verità sia trascendente e che inoltre la sua salvezza dipenda da questa professione pubblica.

Come contemperare tutela dell’individuo e forze della comunità, tenendo coesa la società? Come ottenere un grado di fedeltà maggiore rispetto a quello che si sente verso il gruppo di appartenenza? La risposta, a mio avviso, non si trova – e non si può trovare – nel campo della laicità e della tolleranza, perché lo Stato – nel medio periodo in cui saremo tutti morti – si troverà inevitabilmente ad essere partigiano, e talvolta inospitale verso alcune religioni e culture. La tolleranza è condizione necessaria, ma non sufficiente: non garantisce a tutti il grado minimo di accoglienza di cui hanno bisogno per essere membri attivi di una società (anche perché quel grado cambia da individuo a individuo).

Fatto il necessario, bisogna lavorare per quello che può sembrare superfluo e spostare il dibattito in altro campo laddove si discute di integrazione (che non è assimilazionismo), inclusione sociale e costruzione del cittadino. Il campo è vasto: mi limito a suggerire che bilanciare quello che non può essere tollerato con delle mirate e decise politiche di affermative actions (le quote) potrebbe essere una soluzione da tornare a discutere. Inoltre favorire le forme di contatto e legame che mettono in gioco le identità, attraverso la scuola, ma anche, ad esempio, la vita associativa (di qualunque genere): se è debole l’idea  che l’uomo possa spogliarsi della sua fede e del suo pregresso, quando si trova a entrare nello spazio pubblico, lo è ancor di più quella che vuole che l’identità sia una, e che sia data per sempre (anche perché molto spesso si sposa con una volontà esterna di segregazione). E questo non perché moltiplicare le identità sia un modo per indebolirle, ma perché solitamente è attraverso questi canali che si rafforzano le qualità che fanno bene alle democrazie. 

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