Charlie Hebdo, il mondo diviso e gli errori dell’Occidente

di Dongbo Wang

Gli attacchi terroristici di Charlie Hebdo a Parigi hanno colpito in modo cruento e pieno di violenza primitiva la società francese nel suo insieme, gettandola nel terrore. Per la posizione della Francia nel mondo, Il terrorismo è diventato nuovamente il tema su cui sta discutendo il mondo. Il mondo, o meglio, l’occidente. È interessante notare come le reazioni riguardo a quest’attacco terroristico siano state molto diverse. Ancora una volta le diverse opinioni pubbliche hanno fatto capire che il mondo è diviso. Nei principali media occidentali, la tragedia parigina è stata seguita 24 ore su 24 senza interruzioni, ma se si a guardare la televisione nei paesi islamici, sarebbe apparso che nulla era accaduto, o ben poco. L’onda emotiva e le commemorazioni spontanee vi sono state soprattutto in Europa occidentale e nord America. In tutta l’Asia, il Medio Oriente, la maggior parte dell’Africa del Sud America e della Russia le piazza sono rimaste vuote.

Purtroppo, questo tipo di conflitti accadono ogni giorno nel mondo. Nel 2014, l’Iraq ha subito 72 casi di gravi attacchi terroristici, e in quasi tutti i casi le vittime sono state numericamente superiori rispetto all’attacco di Parigi, ma quelle vite irachene non hanno avuto stesso trattamento da parte dei media. Subito dopo la tragedia di Parigi, Boko Haram ha fatto una strage terroristica a duemila morti in Nigeria. La comunità internazionale non ha reagito allo stesso modo. Non vi è stata una processione come quella di Parigi in cui più di quaranta leader nazionali hanno partecipato al funerale. Duemila vite Africane valgono meno di diciassette francesi, si sono chiesti in molti? E’ vero che è naturale sentirsi più colpiti da coloro che ci paiono più vicini e simili, ma è altrettanto vero che queste differenze creano divisione e conflitto. Esse sono, inoltre, uno dei motivi del fallimento dell’antiterrorismo.

L’11 settembre è stato un simbolo: come se la guerra fredda tra il comunismo e l’Occidente si trasformasse in conflitto tra il terrorismo e occidentale. L’occidente ha usato lo stesso metodo che usava per combattere la guerra fredda per affrontare il terrorismo: alzare il livello dello scontro e usare la violenza di stato con violenza di un individuo o un gruppo di terrorismo. Ma ciò ha significato perdere se stessi, violando anche i diritti umani, come a Guantánamo.
Quando ci fu il “11 settembre”, l’Occidente si trovava in una posizione di superiorità morale, e raccoglieva tutta la simpatia e il sostegno del mondo. Se l’Occidente avesse saputo a utilizzare correttamente queste risorse, avrebbe potuto avere un grande successo nell’isolare i terroristi/estremisti, e non vi sarebbe la divisione di oggi.

Il primo errore dell’Occidente è stata la guerra in Afghanistan, la guerra più lunga della storia americana. Il risultato della guerra è che i talebani sono sempre più forti. Gli USA non hanno capito che la violenza contro i terroristi che si nascondono nel buio non può avere successo; inoltre hanno sottovalutato la specificità dell’Afghanistan, e le passate esperienze, cruente e fallimentari, di Gran Bretagna e l’Unione Sovietica. L’arroganza americana è stata presunzione, ignorando le lezioni della storia per poi ripete gli stessi errori. Ma, nonostante tutto, la guerra in Afghanistan non ha compromesso le sue risorse morali come vittima dello “11 settembre”.

E’ stata invece la guerra in Iraq a causare una grande spaccatura nell’Occidente e nel mondo: Francia, Germania, Russia e Cina hanno cercato di opporsi, e anche il Papa si è schierato contro questa guerra proposta dagli USA. Anche se gli Stati Uniti sono riuscito a rovesciare il regime di Saddam Hussein, si è aperto tuttavia uno scenario peggiore: oggi l’Iraq è nel caos e nello scompiglio.

Sorprendentemente, le potenze occidentali non hanno imparato la lezione dell’Iraq. Non si è risparmiato l’uso della forza per rovesciare il regime libico di Gheddafi (che tra l’altro aveva iniziato a collaborare con l’occidente), e in seguito lo stesso errore è stato commesso con il regime di Assad.

Sia Saddam, che Gheddafi o Assad, erano tiranni ma garantivano stabilità della società islamica; in questo modo fungevano da argine contro le forze islamiche estremiste, il fanatismo e l’ignoranza religiosa, difendendo, almeno in parte alcuni valori “moderni” come la monogamia e le leggi laiche. Inoltre avevano mostrato di saper fare passi indietro di fronte alla pressione, scendendo a compromessi. Saddam aveva accettato la verifica delle Nazioni Unite e la distruzione di tutte le armi di distruzione di massa. Gheddafi aveva rinunciato allo sviluppo delle armi nucleari, riconoscendo la responsabilità dell’attentato di Lockerbie e il risarcimento statale. Il presidente egiziano Hosni Mubarak poco prima di abbandonare il potere, aveva promesso elezioni democratiche. Ma sono stati rovesciati o contestati, per poi essere in seguito sostituiti dagli estremisti Islamici. Il più pericoloso è lo Stato Islamico che sta crescendo rapidamente in Iraq e in Siria. Per quanto riguarda la Libia di oggi, è diventato uno stato in anarchia, tanto che la comunità internazionale sta valutando la possibilità di un nuovo intervento armato per ristabilire l’ordine. Non vi è alcun dubbio che il drammatico quadro mediorientale, frutto di calcoli sbagliati e cinici, favorisce lo sviluppo di terrorismo estremo. Non è un caso che i due fratelli dell’attacco parigino abbiano ricevuto la formazione militare in Yemen.

Oltre ai gravi errori strategici in ambito antiterroristico, vi è il fronte interno. La questione delle vignette danesi e francesi ha aggravato le divisioni nel mondo degli immigrati, di fede musulmana. La difesa occidentale si fonda sulla libertà di espressione, ma il risultato è apparso offensiva per l’intera comunità islamica. Questo atteggiamto ha spinto una parte di musulmani moderati verso l’estremismo, o comunque a diventare loro simpatizzanti e sostenitori. Le organizzazioni musulmane moderate che credevano in uno stato fondato sulla legge sono state sconfitte ripetutamente, i radicali hanno trovato modo di giustificarsi. Gli attentatori di Parigi sono figli di una Francia che ha messo in atto un modello di “integrazione” fallimentare che ha portato al confinamento dei figli, nipoti e pronipoti degli immigrati nelle periferie diseredate delle grandi città. Molti di loro sono di fede o di cultura islamica.

Anche in Italia, la maglietta con vignette che indossava Roberto Calderoli ha suscitato delle reazioni nel mondo musulmano. (E a proposito di Calderoli: Cécile Kyenge stessa ha vissuto il razzismo durante la sua esperienza di ministro. E la politica ha deciso di lasciarla sola: la maggioranza della giunta per le immunità al Senato ha deciso che la frase di Calderoli “Quando vedo la Kyenge non posso non pensare che a un orango” non è istigazione all’odio razziale).

In ogni caso, queste vignette distruggono la fiducia e la pace tra Occidente e l’intera comunità islamica. Ci sono anche paesi islamici moderati ma seguono la filosofia occidentale solo per gli interessi.

Naturalmente, stiamo cercando la vera ragione per la condanna del terrorismo e non lo stiamo difendendo: qualunque sia il motivo, non può diventare una scusa per lanciare attacchi terroristici. Però bisognerebbe riflettere sul perché l’India non ha pubblicato le vignette; e perché non lo hanno fatto paese buddisti come Tailandia e la Birmania, o come la Cina e Taiwan di civilizzazione confuciana. Così pure Giappone, Corea del Sud e Singapore non pubblicheranno tali vignette. Molti di questi paesi hanno le libertà di espressione, ma solo in Europa e negli Stati Uniti vi è stato un movimento a favore della pubblicazione delle vignette.. Probabilmente bisogna pensarla non solo sul versante della libertà di espressione, ma anche sul fronte della mancanza di rispetto verso i diversi. Qui va notato che quando il rancore tra le due civiltà sia riconosciuto, la comunicazione e il dialogo tra le persone andrebbe perseguito con un approccio meno provocante.

Del resto, anche il britannico “Financial Times” ha ammesso che la caricatura è un’arma. La prima apparizione di vignette e caricature come arma è stata nel periodo della guerra religiosa tra cattolici e protestanti ed è stato un conflitto di lunga durata. Il primo grande artista di caricatura moderna è Romain Vanderhoof (Romeyn de Hooghe) che nel 17° secolo avevano steso caricature su Guglielmo III e il suo nemico giurato Luigi XIV, raffigurando il tutto come una lotta tra libertà e autocrazia religiosa.

Firenze 12/02/2015

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