Sartre e i dannati della Terra

(prefazione a Frantz Fanon, I dannati della terra, Paris 1961; Torino 1962, traduzione di C. Cignetti)

Or non è molto, la terra contava due miliardi d’abitanti, ossia cinquecento milioni d’uomini e un miliardo e cinquecento milioni d’indigeni. I primi disponevano del Verbo, gli altri se ne servivano. Tra quelli e questi, reucci venduti, feudatari, una falsa borghesia inventata di tutto punto fungevano da intermediari. Nelle colonie la verità si mostrava nuda; le «metropoli» la preferivano vestita; bisognava che l’indigeno le amasse. Come madri, in certo modo. L’élite europea prese a fabbricare un indigenato scelto; si selezionavano gli adolescenti, gli si stampavano in fronte, col ferro incandescente, i principi della cultura occidentale, gli si cacciavano in bocca bavagli sonori, parole grosse glutinose che si appiccicavano ai denti; dopo un breve soggiorno in metropoli, li si rimandavano a casa, contraffatti. Quelle menzogne viventi non avevano più niente da dire ai loro fratelli; risonavano; da Parigi, da Londra, da Amsterdam noi lanciavamo parole: «Partenone! Fratellanza!», e da qualche parte, in Africa, in Asia, labbra si aprivano: «… tenone! … lanza!» Erano i tempi d’oro .

Finirono: le bocche s’aprirono da sole; le voci gialle e nere parlavano ancora del nostro umanesimo, ma era per rimproverarci la nostra inumanità. Ascoltavamo senza scontento quei cortesi elaborati d’amarezza. Dapprima fu un bello stupore: ma come? Parlan da soli? Vedete, però, che cosa abbiamo fatto di loro! Non dubitavamo che accettassero il nostro ideale, poiché ci accusavano di non essergli fedeli; questa volta, l’Europa credette alla sua missione: aveva ellenizzato gli asiatici, creato questa specie nuova, i negri greco-latini. Fra noi, soggiungevamo molto praticamente: lasciamoli sbraitare, li consola; can che abbaia non morde .

fanon

Venne un’altra generazione, che spostò la questione. I suoi scrittori, i suoi poeti, con incredibile pazienza cercarono di spiegarci che i valori nostri aderivano male alla verità della loro vita, che essi non potevano né affatto respingerli né assimilarli. All’incirca, questo voleva dire: voi fate di noi dei mostri, il vostro umanesimo ci pretende universali e le vostre pratiche razziste ci particolarizzano. Li ascoltavamo, molto disinvolti: gli amministratori coloniali non son pagati per leggere Hegel, e infatti lo leggono poco, ma non han bisogno di quel filosofo per sapere che le coscienze infelici s’impigliano nelle loro contraddizioni. Efficacia nessuna. Dunque, perpetuiamo la loro infelicità, non ne verrà fuori che fumo. Se ci fosse, ci dicevan gli esperti, un’ombra di rivendicazione nei loro piagnistei, sarebbe quella dell’integrazione. Mica accordarla, beninteso: si sarebbe rovinato il sistema che poggia, come sapete, sul supersfruttamento. Ma basterà – dicevano – tener loro davanti agli occhi quella carota: galopperanno. Quanto a ribellarsi, eravamo tranquillissimi: quale indigeno cosciente si sarebbe messo a massacrare i bei figli d’Europa al solo scopo di diventare europeo come loro? Insomma, incoraggiavamo quelle malinconie e non ci parve male, per una volta, di attribuire il Premio Goncourt a un negro: era prima del ’39 .

1961. Sentite: «Non perdiamo tempo in sterili litanie o in mimetismi stomachevoli. Abbandoniamo quest’Europa che non la finisce di parlare dell’uomo pur massacrandolo dovunque lo incontra, in tutti gli angoli delle sue stesse strade, in tutti gli angoli del mondo. Sono secoli… che in nome d’una pretesa ‘avventura spirituale’ essa soffoca la quasi totalità dell’umanità». Questo tono è nuovo. Chi osa pigliarlo? Un africano, uomo del Terzo Mondo, ex colonizzato. Egli soggiunge: «L’Europa ha assunto una velocità così pazza, disordinata… che va verso abissi da cui è meglio allontanarsi». In altre parole: è fottuta. Una verità che non è bella da dire, ma di cui – vero, cari coabitatori del continente? – siam tutti, tra pelle e pelle, convinti . C’è da fare una riserva, però. Quando un francese, per esempio, dice ad altri francesi: «Siamo fottuti!» – il che, a conoscenza mia, accade pressoché tutti i giorni dal 1930 – è un discorso passionale, scottante di rabbia e d’amore, l’oratore ci si mette dentro con tutti i suoi compatrioti. E poi soggiunge generalmente: «A meno che…» E’ chiaro di che cosa si tratta: non si devono più commettere altri sbagli; se le raccomandazioni sue non sono seguite alla lettera, allora e soltanto allora il paese si disintegrerà. Insomma, è una minaccia seguita da un consiglio e quei discorsi urtano tanto meno in quanto scaturiscono dall’intersoggettività nazionale. Quando Fanon, invece, dice dell’Europa che corre alla sua rovina, lungi dal levare un grido d’allarme, egli propone una diagnosi. Questo medico non pretende di condannarla senza scampo – si son visti miracoli – né di darle i mezzi per guarire: constata che agonizza. Dal di fuori, basandosi sui sintomi che ha potuto raccogliere. Quanto a curarla, no: ha altri pensieri pel capo; che crepi o sopravviva, lui se ne infischia. Per questo motivo, il suo libro è scandaloso. E se voi sussurrate, giovialoni e imbarazzati: «Quante ce ne dice!», la vera natura dello scandalo vi sfugge: giacché Fanon non «ve ne dice» affatto; la sua opera – così scottante per altri – rimane per voi gelida; si parla di voi spesso, a voi mai. Finiti i Goncourt neri e i Nobel gialli: non ritornerà più il tempo dei premiati colonizzati. Un ex indigeno «di lingua francese» piega quella lingua a esigenze nuove, ne usa e si rivolge ai soli colonizzati: «Indigeni di tutti i paesi sottosviluppati, unitevi!» Che scadimento: per i padri, eravamo gli unici interlocutori; i figli non ci considerano nemmeno più come interlocutori validi. Siamo gli oggetti del discorso. Certo Fanon ricorda di passata i nostri delitti famosi, Sétif, Hanoi, Madagascar, ma non perde fatica a condannarli: li adopera. Se smonta le tattiche del colonialismo, il gioco complesso delle relazioni che uniscono e oppongono i coloni ai «metropolitani», è “per i suoi fratelli”; lo scopo suo è di insegnar loro a sventare i nostri colpi .

Insomma; il Terzo Mondo “si” scopre e si parla con questa voce. Si sa che esso non è omogeneo e che comprende ancora popoli asserviti, altri che hanno acquisito una falsa indipendenza, altri che si battono per conquistare la sovranità, altri infine che hanno raggiunto la libertà plenaria ma vivono sotto la minaccia costante di un’aggressione imperialista. Queste differenze sono nate dalla storia coloniale, quanto dire dall’oppressione. Qui la Metropoli si è accontentata di pagare qualche feudatario: là, dividendo per imperare, ha fabbricato di tutto punto una borghesia di colonizzati; altrove ha fatto colpo doppio: la colonia è nello stesso tempo di sfruttamento e di popolamento. Così l’Europa ha moltiplicato le divisioni, le opposizioni, forgiato classi e talvolta razzismi, tentato con tutti gli espedienti di provocare e di accrescere la stratificazione delle società colonizzate. Fanon non dissimula nulla: per lottare contro di noi l’ex colonia deve lottare contro se stessa. O piuttosto i due fanno uno. Al fuoco della pugna, tutte le barriere interne devono liquefarsi, l’impotente borghesia di affaristi e di “compradores”, il proletariato urbano, sempre privilegiato, il “Lumpen-proletariat” dei bidonvilles, tutti devono allinearsi sulle posizioni delle masse rurali, vero serbatoio dell’esercito nazionale e rivoluzionario; in queste contrade di cui il colonialismo ha deliberatamente arrestato lo sviluppo, il ceto contadino, quando si rivolta, appare prestissimo come la classe “radicale”: esso conosce l’oppressione nuda, ne soffre molto più dei lavoratori delle città e, per impedirgli di morire di fame, non occorre niente di meno che un’eversione di tutte le strutture. Trionfi, la Rivoluzione nazionale sarà socialista; arrestino il suo slancio, la borghesia colonizzata prenda il potere, il nuovo Stato, ad onta d’una sovranità formale, resta nelle mani degli imperialisti. E’ quel che illustra assai bene l’esempio del Katanga. Così l’unità del Terzo Mondo non è fatta: è un’impresa in corso che passa per l’unione, in ogni paese, dopo l’indipendenza come prima, di tutti i colonizzati sotto il comando della classe contadina. Ecco quel che Fanon spiega ai suoi fratelli d’Africa, d’Asia, d’America latina: attueremo tutti assieme e dappertutto il socialismo rivoluzionario o saremo battuti ad uno ad uno dai nostri antichi tiranni. Non dissimula niente; né le debolezze, né le discordie, né le mistificazioni. Qui il movimento parte male; là, dopo folgoranti successi, sta perdendo velocità; altrove si è fermato: se si vuol che riprenda, occorre che i contadini gettino la loro borghesia a mare. Il lettore è severamente messo in guardia contro le alienazioni più pericolose: il leader, il culto della persona, la cultura occidentale, ma altresì il ritorno del remoto passato della cultura africana: la vera cultura è la Rivoluzione; il che vuol dire che essa si modella a caldo. Fanon parla a voce alta; noi, europei, possiamo udirlo: prova ne sia che tenete questo libro tra le mani; forse non teme che le potenze coloniali traggano profitto dalla sua sincerità? No. Non teme nulla. I nostri procedimenti non son più aggiornati: possono ritardare talvolta l’emancipazione, non la fermeranno. E non figuriamoci di poter ridimensionare i nostri metodi: il neocolonialismo, sogno pigro della Metropoli, è fumo; le «Terze Forze» non esistono oppure sono le borghesie fasulle che il colonialismo ha già messo al potere. Il nostro machiavellismo ha poca presa su quel mondo sveglio che ha snidato una dopo l’altra le nostre menzogne. Il colono ha solo un rifugio: la forza, quando gliene resta; l’indigeno ha solo una scelta: la servitù o la sovranità. Cosa può importargliene, a Fanon, che voi leggiate o no la sua opera? Egli denuncia ai suoi fratelli le nostre vecchie furbizie, sicuro che non ne abbiamo di ricambio. E’ a loro che dice: l’Europa ha messo le zampe sui nostri continenti, occorre trinciarle fino a che le ritiri; il momento ci favorisce: niente succede a Biserta, a Elisabethville, nel “bled” algerino senza che la terra intera ne sia informata; i blocchi assumono partiti contrari, si tengono in rispetto, approfittiamo di questa paralisi, entriamo nella storia e la nostra irruzione la faccia universale per la prima volta; battiamoci: in mancanza d’altre armi la pazienza del coltello basterà .

Europei, aprite questo libro, andateci dentro. Dopo qualche passo nella notte vedrete stranieri riuniti attorno a un fuoco, avvicinatevi, ascoltate: discutono della sorte che riserbano alle vostre agenzie generali di commercio, ai mercenari che le difendono. Vi vedranno, forse, ma continueranno a parlar tra loro, senza neanche abbassare la voce. Quell’indifferenza colpisce al cuore: i padri, creature dell’ombra, le “vostre” creature, erano anime morte, voi dispensavate loro la luce, non si rivolgevano se non a voi, e voi non vi prendevate la briga di rispondere a quegli “zombies” (1). I figli vi ignorano: un fuoco li rischiara e li riscalda, che non è il vostro. Voi, a rispettosa distanza, vi sentirete furtivi, notturni, agghiacciati: a ciascuno il suo turno; in quelle tenebre da cui spunterà un’altra aurora, gli “zombies” siete voi .

In tal caso, direte voi, buttiamo quest’opera dalla finestra. Perché leggerla giacché non è scritta per noi? Per due motivi, di cui il primo si è che Fanon vi spiega ai suoi fratelli e smonta per loro il meccanismo delle nostre alienazioni: approfittatene per scoprirvi a voi stessi nella vostra verità d’oggetti. Le nostre vittime ci conoscono dalle loro ferite e dai loro ferri: questo rende la loro testimonianza irrefutabile. Basta che ci mostrino quel che abbiam fatto di loro perché conosciamo quel che abbiam fatto di noi. E’ utile? Sì, poiché l’Europa è in gran pericolo di crepare. Ma, direte voi ancora, noi viviamo nella Metropoli e condanniamo gli eccessi. E’ vero: non siete coloni, ma non valete di più. Quelli sono i vostri pionieri, voi li avete inviati oltremare, vi hanno arricchiti; li avevate avvertiti: se facevano scorrere troppo sangue, li avreste sconfessati in punta di labbra; allo stesso modo, uno Stato – quale che sia – tiene all’estero una turba di agitatori, di provocatori e di spie che sconfessa quando li prendono. Voi, così liberali, così umani, che spingete l’amore della cultura fino al preziosismo, fate finta di dimenticare che avete colonie e che là massacrano in vostro nome. Fanon rivela ai suoi compagni – a certuni di loro, soprattutto, che restano un po’ troppo occidentalizzati – la solidarietà dei «metropolitani» e dei loro agenti coloniali. Abbiate il coraggio di leggerlo: per questo primo motivo che vi farà vergogna e la vergogna, come ha detto Marx, è un sentimento rivoluzionario. Vedete: anch’io non posso sciogliermi dall’illusione soggettiva. Anche io vi dico: «Tutto è perduto, a meno che…» Europei, io rubo il libro d’un nemico e ne faccio un mezzo per guarire l’Europa. Approfittatene .

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