Solo dopo aver visto il mare

di Claudia Banchelli

La prossima volta che atterro non lo faccio più. Che arrivi a Londra, Amsterdam, Atene o Barcellona, pochi istanti dopo essere salita sul bus che dall’aeroporto mi porta nel cuore della city, il primo, fatidico, e ansiogeno interrogativo che sento è sempre lo stesso: “Ti prende?” La domanda la fa uno ma lo stato d’animo, si sa, vale per tutti. Segue qualche minuto di concentrazione: lo sguardo fisso sul mio/nostro smartphone. Non ci togliamo neanche il giacchetto. Poi succede qualcosa. La situazione si sblocca: “Sì, mi prende”. Anche qui, la voce è solo quella di uno ma la gioia contagia l’intera ‘comitiva’. Dopodiché, alziamo di scatto la testa, fino a quel momento china sulla protesi elettronica che teniamo in mano con fiducia, e guardiamo fuori dal finestrino dell’autobus: grigio, grigio, asfalto. L’unico verde è quello della segnaletica stradale. Alla nostra meta mancano ancora 60 km.

Facciamo un po’ tutti così. Non solo in vacanza. Difficile dire dove finisce l’uso calibrato di computer, tablet, smartphone, e a che punto rischiamo di accusare i sintomi del tecnostress (ansia, insonnia, ipertensione…), della nomofobia (la paura di rimanere senza cellulare o sprovvisti di rete) o addirittura di scivolare in una dipendenza. Fatto sta che ormai praticamente ognuno di noi ha sposato l’idea di essere pressoché connesso h24: iperconnesso. Online al lavoro, quando torniamo a casa, nel tempo libero, prima di dormire. Appena svegli. Mai unplugged. Fino al punto che, disconnettersi, diventa incredibilmente stravagante. Un’avventura nell’oceano come quella di Save The Nerd. A volte, invece, nei peggiori dei casi, per forza di cose si trasforma in un percorso terapeutico. Ma andiamo per ordine.

Spend to much time online? Smartphone addiction? Digital detox è un filone o una dieta – chiamatelo come volete. L’Oxford Dictionary ci mette un punto e lo definisce “un lasso di tempo nel quale una persona si astiene dall’utilizzo di smartphone o computer per ridurre lo stress o focalizzarsi sull’interazione sociale nel mondo reale”. Finalmente ci siamo arrivati: se fino a poco tempo fa l’accesso alla rete era uno dei requisiti per la scelta di resort, villaggi, hotel, centri termali, adesso comincia ad accadere esattamente il contrario. Da in vacanza ‘con’ la connessione a in vacanza ‘dalla’ connessione. Ma non sempre si può andare in rehab per giorni e giorni, così che moderare il tempo passato davanti a uno schermo diventa fondamentale a partire dalla quotidianità, dalle nostre abitudini. E se non vogliamo provare esperienze come quella della settimana off organizzata dal programma Bored and Brilliant, lanciato da New Tech City, possiamo sempre scegliere di moderare il checking habits con applicazioni ad hoc. Se con la ‘sola’ forza di volontà non riusciamo a staccare la spina – se lezioni di yoga e camminate all’aria aperta non sono sufficienti – possiamo sempre provare applicazioni che dopo un tempo prestabilito bloccano le loro ‘sorellastre’ sul nostro smartphone. Eh sì, perché, ironia della sorte, proprio per mano della tecnologia si stanno divulgando strumenti – anticorpi – validi a ridimensionarne il consumo. E’ il caso di Freedom e Idon’t, quest’ultima creata da Tommaso Martelli, e che sulla propria pagina Facebook viene descritta, tra le righe, come “l’unica app senza cui non puoi vivere”. Bright!

 save the nerd

Ma il vero unplugged è quando il mare non è l’immagine di sfondo del tuo desktop. E’ quando il blu dell’acqua profonda che ti circonda è semplicemente reale. Se prima non sentivi niente, se non gli occhi rossi che bruciano per le troppe ore passate davanti allo schermo, ora percepisci tutto. E non c’è bisogno di andare nei digital detox camp californiani. Save The Nerd è un progetto nato in Toscana, dal quale si è sviluppato l’omonimo docu reality. Il nome dell’idea dice tutto. Obiettivo? Disintossicare un nerd pistoiese, Filippo Gruni, nel corso della traversata oceanica in barca a vela da Antigua alle Azzorre, dalle Azzorre a Gibilterra e infine lo sbarco in Versilia. Durata del viaggio: 44 giorni. Tutto questo è successo davvero, più o meno un anno fa. A bordo, oltre a Lorenzo Cipriani e Filippo Gruni, c’erano anche Valerio Bardi (capitano) e Stefano Bizzarri (videomaker). “Quando parti per un viaggio in mare lasci dietro di te ogni elemento terreno. Forse il mare è veramente l’unico luogo dove puoi staccarti da tutto – spiega Lorenzo Cipriani, curatore del progetto – Grazie a questa esperienza abbiamo concretizzato un ritorno al contatto con gli elementi primordiali della natura. Immaginate l’impatto per un nerd che per la prima volta si trova ad affrontare un’esperienza così forte: una traversata oceanica in barca a vela, lontano da ogni tipo di dispositivo in grado di connettersi a internet. Abbiamo navigato a ritroso, controvento. Per intenderci, in assenza della spinta degli alisei, come invece fece Colombo. Non sono mancati momenti incredibilmente difficili. Immaginate di entrare dentro a un temporale, dentro la bocca nera di una tempesta; in situazioni come queste, ogni sforzo è destinato solo a salvarti la pelle”. Qui non pensi ai tuoi device, alla qualità della tua connessione. Qui l’overload informativo è un’altra cosa. Forse sono le onde. “Per circa un mese dopo il mio ritorno ho avuto la sensazione di stare ad un livello zen. E anche se dopo un po’, per forza di cose, rientri nell’acidità della vita quotidiana, quella sensazione speciale ti rimane addosso – racconta Filippo Gruni, il nerd protagonista della traversata – Voglio dire che non c’è stato uno stravolgimento della vita; non c’è stata una disintossicazione vera e propria, ma sicuramente ho acquisito una diversa visione delle cose e una nuova coscienza critica. Insomma, è successo qualcosa di estremamente importante: sono diventato consapevole, ed è molto diverso esserlo da non esserlo. Ti permette di trovare un equilibrio: è una grande vittoria”.

 

Ma quando il mare rimane quello dell’immagine impostata come sfondo del tuo desktop, che se sei fortunato è ritratto in una foto che hai scattato tu, altrimenti, l’hai scaricata dalla rete – ‘levare l’ancora’ resta un’espressione troppo semplice. Perché ci sono casi – tanti – in cui non ci si può staccare dai nostri dispostivifin tanto che l’esigenza di stare sempre più connessi può trasformarsi in un disturbo del controllo degli impulsi. Quando si parla di dipendenza da internet ci inoltriamo in quella sfera delle new addictions, ovvero quell’arcipelago di subordinazioni che non sono causate da sostanze chimiche psicoattive, bensì da “un comportamento, un’attività legale e socialmente riconosciuta”. Tra queste, spiccano per diffusione il gioco d’azzardo patologico, lo shopping compulsivo, la dipendenza da sesso, alimentazione (bulimia – obesità) e, appunto, quella da internet. Per quest’ultima non ci sono terapie specifiche. Come ci spiega la Dott.ssa Paola Trotta, direttore del Dipartimento dipendenze della Asl 10 di Firenze: “Sul tema della dipendenza da internet è in corso un’ampia ricerca scientifica, anche se questa materia non è stata ancora inserita nell’ultimo DSM. Stiamo parlando di un mondo complesso che nello specifico può comprendere patologie diffuse come il gioco d’azzardo, la sex addiction. Come dipartimento della Asl di Firenze stiamo cercando di organizzare una vera e proprio formazione dei nostri operatori attraverso esperti che già lavorano in questo campo”. 

Il termine della Internet addiction disorder (IAD) si deve allo psichiatra americano Ivan Goldberg (1995). Fu invece la psicologa Kimberly Young che nel 1999 elaborò l’Internet Addiction Test, il primo strumento scientifico per diagnosticare la possibilità di un disturbo psicopatologico collegato all’utilizzo di internet. Fu lei a segnalare i primi sintomi della ‘nuova’ dipendenza, come il desiderio di passare sempre più tempo al computer, la diminuzione della socializzazione, dell’attività fisica e quindi il disinteresse per la propria salute, e i cambiamenti delle abitudini del sonno.

“I primi segnali che ci dicono che c’è un problema sono derivati dal numero di ore che viene trascorso davanti a uno schermo, dal disagio che una persona prova quando è offline; quando cambiano i parametri di relazione con l’altro, fin tanto che la persona non si stacca del tutto dalla sua vita reale – ci spiega la Dott.ssa Letizia Bossini, psichiatra dell’Università di Siena – La dipendenza da internet è una patologia devastante e destruente per l’individuo: genera un disfunzionamento sociale, lavorativo, scolastico. Se non è già stata sviluppata una dipendenza, ma solo abuso, la cosa più consigliabile è darsi un limite di tempo, dopodiché si deve staccare. Si tratta di un meccanismo difficile perché da un punto di vista neurobiologico in certi momenti vengono rilasciate tante endorfine che provocano piacere”.

 

Ancora non ci sono dati ufficiali, ma tra i Paesi dove si registrano un maggior numero di dipendenze da internet si annotano gli Stati Uniti e alcuni Paesi asiatici. In Italia, secondo gli ultimi studi, in termini di patologia conclamata, ci attestiamo intorno al 3 e 5 per cento. “Sicuramente la rete si è trasformata in un rifugio dal mondo reale, soprattutto per situazioni di crisi, di disagio sociale ed economico – continua la Dott.ssa Bossini – Sappiamo che con la diffusione di queste problematiche le malattie psichiche aumentano. L’OMS ci dice che, ad oggi, la depressione è la seconda malattia per morbilità, mentre le prime sono le malattie cardiovascolari. Ma lo stesso studio riconosce che nel 2020 la depressione diventerà addirittura la malattia più diffusa al mondo”.

Socializzazione, capacità comunicative ed espressioni dei sentimenti: tutto è guardato e condizionato. “In generale – conclude la Dott.ssa Bossini –  nella sfera della comunicazione con l’altro, ciò che dico di me non è più mediato dai normali mezzi di interazione: la semeiotica facciale, le espressioni. Diviene tutto molto più razionale: cerebrale. Si perde l’istintività, quelle emozioni primarie che invece dovrebbero guidarci al massimo nella vita”.

 

Prendete le emoticons, per esempio. Queste sono state create per sopperire alla mancanza di una parte più emotiva della comunicazione. Ci siamo abituati a delle chiacchierate che finiscono con un sorriso reciproco, della cui veridicità non ne abbiamo nessuna prova. Avessimo perlomeno sviluppato il senso di fiducia verso il prossimo. Ma ‘faccine’ o no, saper convivere con gli strumenti della contemporaneità significa conoscerne le opportunità, le potenzialità. Significa leggere correttamente il nostro tempo, percepirne gli stimoli. Perché a chi non può togliere l’ancora e prendere il largo rimane sempre l’arma più bella ed esclusiva dell’uomo: la ragione e, insieme, la consapevolezza. Quella di cui ci ha parlato anche Filippo. Ok, la prossima volta che torno a Barcellona lo smartphone lo accenderò solo dopo aver avvistato il mare. Forse, l’unica via di fuga. Dopo la ragione, s’intende.

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