Chi vince e chi perde

di Pasquale Terracciano

Se si vuole trovare un vincitore in questo tornata elettorale, questi è certamente Matteo Salvini. Ha stravinto in Veneto, dove ha tenuto duro su Zaia, fronteggiando una scissione che alla fine è stata indolore; è stato premiato nel suo gioco di squadra in Liguria, dove ha fatto mandar giù al suo uomo la rinuncia alla candidatura; ha raggiunto percentuali lusinghiere ovunque e in particolare in Toscana, con il suo cavallo di razza Borghi, favorito anche dalla costante presenza televisiva. Ha insomma ottenuto (con lode) quello che si era prefisso da tempo: risemantizzare il centrodestra con le sue parole d’ordine. Forse ha fatto anche un passo in più, imponendosi non solo come alleato necessario, ma come unico possibile leader di quel campo.

Poi ci sono quello che hanno vinto e perso, contemporaneamente. Più vittoria che sconfitta per i 5 stelle: perdono consensi e non guadagnano nessuna regione, ma possono esultare, perché alle amministrative erano per ora rimasti indietro. Per quanto godano dello sgambetto ai democratici, è invece una sconfitta numerica secca quella della sinistra, che non si scrolla di dosso il fato del frazionismo minoritario e si ritrova aggrappata a una continua campagna elettorale contro il PD che non ottiene altro che assist di voti per i 5 stelle, e vantaggi di governo per le destre. Nel microcosmo elettoralmente deludente della sinistra, l’unico che può dirsi soddisfatto è Civati: ha sfidato Renzi e può intestarsi la vittoria di questa battaglia, e non è poco. Però l’impressione è che non abbia vaste praterie in cui correre, ma solo un micragnoso recinto.

I berlusconiani hanno lasciato sul campo sanguinose perdite di voti e subìto uno smacco in Puglia da Fitto, ma hanno strappato il drappo della Liguria (preservando un colonnello come Toti, la cui sconfitta avrebbe aperto un nuovo fronte). Consensi pochi, insomma, e una situazione da specie in via d’estinzione, ma quel poco che basta per poter vendere un sorriso all’opinione pubblica.

Anche i democratici hanno vinto e perso, ma qui vale il principio contrario: mai il PD aveva governato in così tante regioni, eppure il messaggio che passa è poco confortante. A guardare la cartina d’Italia, che vede tutta la penisola in mano al PD fino al Golfo del Tigullio e alla Laguna di Venezia, non si potrebbe infatti parlare di sconfitta.  Inoltre il ridimensionamento in termini di consenso, che pure c’è, è minore di quello che appare, perché molti di quei voti si sono riversati in liste civiche di supporto ai candidati governatori. Le note positive finiscono qui: più che i minimi raggiunti in Veneto e la sofferta vittoria umbra, sono il disastro ligure e il caos campano a restituire l’immagine disgregata e litigiosa dei peggiori anni del centrosinistra. E soprattuto a segnalare che si è bruscamente raffreddata la luna di miele tra Renzi e il paese. Laddove il PD vince lo fa attraverso amministratori con un forte radicamento nel territorio e una precisa identità, diversa dal renzismo arrembante. A subire debaclés poderose sono le più vicine al primo ministro, la Moretti e la Paita. Il dato da qui ripartire è qui: il dibattito interno potrebbe essere giovevole, se non ci fossero molti dubbi sulla cultura politica sia della maggioranza che della minoranza.

Tra rassicurazioni di prassi e sfide solo personali, si perde di vista che il PD è un partito votato con freddezza e odiato con calore. Il futuro prossimo forse non è fosco. Renzi arrivava alle regionali avendo messo mano, in maniera spesso maldestra, a due dossier che si sapeva incendiari, Jobs Act e Buona Scuola, cui si è aggiunta la vicenda dei pensionati (che potrebbe avere pesato in una regione ‘anziana’ come la Liguria). Alle prossime elezioni c’è da scommettere che non sarà così e il risultato, plausibilmente, sarà meno agrodolce. Occhio ai segnali però: nel medio periodo c’è bisogno di sterzare, ritrovando il filo di un progetto condiviso. Laddove per condiviso non si intende tanto (o non solo) all’interno del partito, quanto sentito proprio da un paese sempre più indebolito e disgregato.

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