Come l’Isis ha messo in ginocchio Al Qaeda

un’inchiesta del Guardian 

Il 5 febbraio fonti giordane hanno confermato il rilascio del padrino intellettuale di Al Qaeda, Abu Muhammed al Maqdisi. Per quanto sia poco conosciuto in Occidente, la sua importanza nel canone del pensiero radicale islamico non ha rivali tra i viventi. Il 56enne Palestinese giunse alla notorietà negli anni ‘90, quando divenne il primo significativo interprete radicale dell’Islam a dichiarare che la famiglia reale saudita era apostata, e dunque a legittimarli come target del Jihad. In quel periodo anche Osama considerava il pensiero di Al Maqdisi troppo estremo.

Oggi Al Maqdisi conta come amico personale Al Zawahiri ed è tenuto in grande stima dal resto dei capi regionali di Al Qaeda dal Nordafrica allo Yemen. I suoi numerosi libri e articoli sono letti dai militanti islamici in giro per il mondo, che seguono le ultime proclamazioni sul suo sito, il «Pulpito del Monoteismo e del Jihad».

Ma al Maqdisi dovrebbe essere meglio conosciuto per essere stato il mentore personale di Abu Musab al Zarqawi, che ha fondato l’organizzazione che sarebbe poi stata conosciuta come l’ISIS, mentre i due uomini erano imprigionati insieme con l’accusa di terrorismo in Giordania, alla metà degli anni 90. Zarqawi fu rilasciato nel 1999 e dopo aver giurato fedeltà a Al Qaeda divenne una delle più note figure nell’Iraq del dopoguerra, scatenando una campagna di terrore brutale, che spinse Maqdisi a criticare pubblicamente il suo più famoso studente.

Ora l’uomo che gli analisti USA del terrorismo islamico chiamano «il più influente teorico vivente del jihadismo», ha diretto le sue ire verso l’ISIS, ed è emerso come uno dei suoi più potenti critici. Subito dopo che il capo dell’ISIS Abu Bakr Al Baghdadi dichiarò l’insediamento del califfato lo scorso giugno, Maqdisi rilasciò un lungo diktat in cui attaccò l’ISIS come ignorante e fuorviante, accusandoli di sovvertire il «Progetto Islamico» che lui aveva a lungo nutrito.

La guerra di parole di Maqdisi contro l’ISIS è emblematica della nuova frattura fraticida nel mondo violento del radicalismo islamico, ma è anche il segnale che Al Qaeda, che una volta era il network del terrore più temuto, sa di essere stata sorpassata.

L’Isis non ha semplicemente eclissata Al Qaeda nei campi di battaglia di Siria e Iraq, e nella competizione per avere fondi e nuove reclute. Secondo alcune interviste con anziani ideologici jihadisti, l’Isis ha lanciato con un successo un «colpo di stato» contro Al Quaeda per distruggerla dall’interno. Come conseguenza – ammettono ora – Al Qaeda, sia come idea che com organizzazione, è sull’orlo del collasso.

***

In un soleggiata pomeriggio di primavere, 3 settimane dopo il suo il rilascio dalla prigione, Maqdisi sedeva sul sofa a casa del suo amico Abu Qatada, inferocito verso l’ISIS: il gruppo gli aveva mentito e lo aveva tradito – diceva – e i suoi membri non erano degni di farsi chiamare mujahideen. «Sono come un clan mafioso» aveva aggiunto Abu Qatada, mentre Al Maqdisi annuiva.

Abu Quatada si è affiancato ad Al Maqdisi come uno dei più importanti leader religiosi radicali ad attaccare l’ISIS; le sue dichiarazioni di condanna sono state ancora più infamanti. Inizialmente la loro strategia sembrava voler essere di riportare l’ISIS sotto l’autorità di Al Qaeda, usando qualcosa di simile all’approccio «poliziotto buono, poliziotto cattivo». Maqdisi giocava il ruolo del padre deluso, ammonendo e dando consigli in egual misura, mentre Abu Qatada andava aumentando la dose di disprezzo nei loro confronti.

La lista dei crimini dell’ISIS che ha offeso Al Maqdisi e Abu Qatada è lunga: include il fatto di aver creato divisione tra nel movimento jihadista, ignorando pubblicamente Zawahiri e insediando un califfato al quale l’ISIS demanda ogni altro giuramento di fedeltà o decisione di morte. Entrambi dicono di aver lavorato per più di un anno dietro le quinte, negoziando invano con l’ISIS – incluso con lo stesso AL Baghadi – il ritorno del gruppo dentro Al Qaeda. «L’ISIS non rispetta nessuno. Stanno rovinando l’interno movimento jihadista e sono contro l’intera Ummah (la nazione islamica)», ha detto Abu Qatada.

L’ISIS si è sufficientemente preoccupato delle veementi critiche da Madqisi e Abu Qatada da intraprendere una campagna sui social media contro di loro[…]. Gli account dei social media dell’ISIS li hanno derisi come burattini dell’Occidente, parte di una crescente cospirazione contro il califfato. Il sesto numero di Dabiq – la rivista dell’ISIS in lingua inglese – ha dedicato una foto a pagina intera di Maqdisi e Abu Qatada, etichettati come «studiosi che traviano», e che dunque devono essere evitati più del diavolo stesso. «Qatada e io siamo stati molto critici su di loro. Loro ci odiano». Ha detto Maqdisi.

I due ideologi sono una strana coppia nella lotta contro l’ISIS. Qatada è alto 1.90, grosso, poderoso e dalle spalle ampie, mentre Maqdisi è magro, iperattivo e pieno di energia, mentre gira intorno la stanza e parla a velocità doppia; nei momenti seri, Maqdisi sembra sull’orlo di fare un rapido scherzo o di prorompere in risa. Ogni tanto fanno insieme delle camminate nella campagna giordana; più spesso viaggiano per lunghe distanze per attendere a funerali di combattenti di Al Qaeda morti.

La notorietà di Maqdisi gli ha garantito di passare la maggiore parte degli scorsi due decenni fuori e dentro di prigione (Dichiara di esser stato sottoposto a tortura – che è in effetti piuttosto diffusa nelle prigioni giordane; tirare i peli della barba degli estremisti, dice, è uno dei metodi favoriti di infliggere dolore). Si ritiene diffusamente che i Giordani lo abbiano rilasciato nuovamente questo febbrario perché hanno compreso, con l’ISIS in crescita nella regione, che la sua statura lo rendese un valido alleato contro il gruppo. Ma Maqdisi e Quatada vengono mal visti, dai giovani radicali dell’Isis galvanizzati di vittoria in vittoria, che sbeffeggiano la vecchia guardia mentre Al Qaeda, guidata dai veterani del perido afgano, è ridotta in ginocchio dalla guerra civile jihadista.

Mentre Qatada versa il thé in piccoli bicchierini di vetro, inizia a snocciolare immagini per meglio comunicare la profondità del suo disgusto per l’ISIS. Ama parlare per metafore. Il gruppo, dice, era «come una puzza nauseabonda» che ha inquinato l’atmosfera dell’Islam radicale. No, anzi, sono descritti meglio come una «escrescenza cancerogena» nel movimento jihaista – o continua ancora, come il ramo malato di un albero di fico, che necessita di essere amputato prima che uccida l’intero organismo.

Qatada, che è stato definito dalla «Commissione d’Appello britannica per le richieste di immigrazione speciale» un «individuo davvero pericoloso…al centro delle attività terrorsitiche associate con Al Qaeda», ha una voce artificiosa e acuta, come una versione contralto di Marlon Brando nel Padrino; parla piano, facendo delle pause ad effetto. La sua ampia figura riempie una delle poltroni stile troni Luigi XIV, che si susseguono nella reception room. Confortevolmente sistemato, ci rovescia ancora un’altra metafora per descrivere come l’ISIS ha reclutato una generazione di giovani musulmani che a malapena ricordano l’’11 settembre: «Vai al ristorante e ti presentano un pranzo splendido. Sembra così delizioso e succulento. Ma se vai in cucina e vedi lo sporco e il lurido ne vieni disgustato».

Entrambi si dicono particolarmente disturbati dalla maniera con cui l’ISIS ha usato il loro stesso insegnamento per coprire la sua crudeltà nella legittimazione ideologica, per guadagnare reclute e giustificare la sua battaglia contro Al Qaeda e i suoi affiliati. «L’ISIS prese tutto il nostro lavoro religioso» dice Maqdisi «preso tutti i nostri scritit, i nostri libri, i nostri pensieri”. Ora, dice Abu Qatada, «non rispettano nessuno».

Questo comportamento impudente, concordano, non sarebbe mai stato accettato quando Bin Laden era vivo. «Nessuno era solito parlare contro lui» si lamenta Maqsisi «Bin Laden aveva un carisma speciale». Nonostante la loro particolare deferenza verso il suo successore, Zawahiri – che loro chiamano Dr. Ayman – ammettono che non possiede l’autorità e il controllo per rigettare il pericolo dell’Isis. Sin dal primissimo inizio della sua leadership, Zahawiri mancò del «diretto controllo militare e operativo». «Si è abituato a operare in maniera decentralizzata – è isolato».

Secondo Al Maqdisi la struttura organizzativa di Al-Quaeda è collassata. Zahawiri opera solo sulla base di fedeltà. Non c’è struttura organizzativa. Ci sono solo canali di comunicazione, e fedeltà». E sfortunatamente l’ISIS ha fatto del suo meglio per rassicurare che la fedeltà non è facilmente ottenibile.

Dr. Munif Samara – un veterano del jihad in Afghanistan e uno stretto associato di Maqdisi e Al Maqtada, che siede con loro mentre sono intervistati – dipinge un quadro ancora più oscuro della situazione di Al-Qaeda. Come medico che gestisce una clinica indipendente che cura combattenti e civili siriani, Samara ha più esperienza di Maqdisi e Al Maqtada delle operazioni giornaliere di organizzazione del jihad, e spesso maneggia gli affari dei due uomini durante il loro frequenti periodi di prigione. Dice che le donazioni che un volta arrivavano nell’ordine di centinaia di migliaia, si sono interrotte perché i donatori hanno iniziato a versare i loro soldi direttamente all’Isis o altri hanno rifiutato di finanziare altro spargimento di sangue tra i due gruppi. Un altro ex di Al Qaeda, Aimen Dean, che lasciò l’organizzazione per diventare una spia dell’intelligence britannica, ha riferito al Guardian che una della sue fonti nelle aree tribali del Pakistan sostiene che le finanze di Al-Qaeda in Waziristan sono così disperate che si sono ridotti al punto di vendere i loro portatili e le loro macchine, per comprare cibo e pagare gli affitti.

Samara descrive la lotta dell’ISIS contro Al Qaeda come un tentativo di abbattere il vecchio gruppo dall’interno. «Al momento, crediamo che c’è un colpo di stato in corso dentro la stessa Al-Qaeda»

[….]

Quando Zawahiri assunse il controllo dopo la morte di Bin Laden si trovò geograficamente isolato. Mentre si nascondeva tra le montagne sui confini tra Afghanistan e Pakistan, il centro dell’attività di jihad si è spostato migliaia di miglia distante. Mentre l’esercito del Pakistan e i droni americani stringevano la loro rete intorno all’organizzazione centrale di Al-Qaeda, diventava sempre più difficile per Zawahiri mantenere contatto con i suoi comandandi in campo. «Che leadership è» – chiede Samara – «se i tuoi leader sono in Afghanistan e i tuoi soldati in Iraq?»

Infatti, la più grande sezione di Al Qaeda in Medio Oriente, lo Stato Islamico dell’Iraq (ISI), è stato a lungo una fonte di difficoltà. Sin dalla sua effettiva creazione nel 2003 sotto la leadership di Abu Musab al-Zarqawi, l’ISI ha spesso usato in maniera disinvolta il brand e i soldi di Al Qaeda, ma ha spesso ignorato le richieste di una più stretta comunicazione con il comando centrale, anche quando venivano dallo stesso Bin Laden. Nel 2010 andarono oltre: l’ISI designò un nuovo capo, Abu Bakr al-Baghdadi, senza una precedente approvazione da al Qaida, i cui leader più anziani non sapevano quasi nulla circa l’uomo – da dove proveniva, la sua esperienza militare, se poteva essere un uomo fidato.

All’epoca, l’ISI era stato portato sull’orlo del collasso dalle forze statunitensi e irachene, ma la guerra civile siriana diede al gruppo l’opportunità di ricostruirsi. Quando il conflitto iniziò a intensificarsi, Baghdadi spedì con discrezione oltre confine uno dei suoi giovani ufficiali, Abu Muhammed al Joulani, per prendere vantaggio dal caos. Finanziato e ben armato e con alcuni dei migliori soldati dell’ISI, il gruppo di Joulani – che sarebbe stato presto conosciuto come Nusra Front – divenne rapidamente la più formidabile forza di combattimento in Siria. Dal 2013 Joulani era considerato a tal punto un comandante riconosciuto che Baghdadi temeva fosse sul punto di ottenere il supporto di Zawahari per promuoverlo come leader di un gruppo indipendente di Al-Qaeda in Siria.

L’8 aprile 2013 Baghdadi lanciò un attacco preventivo le cui conseguenze avrebbero spezzato la bandiera dell’unità che aveva a lungo regnato sul movimento jihadista. In una registrazione audio diffusa online dichiarò che il Nusra Front e ISI sarebbero ufficialmente diventati un’unica organizzazione. Le insegne di battaglia di Nusra, che sventolava nei quartieri generali recentemente conquistati delle città di Raqqa, Aleppo e Homs sarebbero stati rimpiazzati. L’organizzazione nata dalla fusione si sarebbe chiamata «Stato Islamico in Iraq e Siria» o più semplicemente ISIS. La ridenominazione aveva effetto immediato. Due giorni dopo, Joulani aveva replicato con un suo messaggio audio: rigettava l’invito di Baghdadi a unirsi – e rivolgeva una promessa di fedeltà direttamente a Zawahiri, appellandosi allo «sceicco del terrore» perché risolvesse la disputa.

In 24 ore Zawahiri spedì un messaggio privato raccomandando calma. Disse che voleva che entrambi i comandandi gli spedissero dei rappresentanti prima della sua decisione sulla frattura, che, in virtù della diffusione sulla rete, stava diventando imbarazzantemente pubblica. Bagdadi rese chiaro che non voleva compromessi: in una messaggio privato a Zawahiri specificò che ogni traccia di supporto per il «traditore» non avrebbe avuto nessun rimedio se non lo spargimento di altro sangue.

Il 23 maggio Zawahiri emise il suo verdetto: l’Isis, che era stato creato senza una precedente approvazione, avrebbe dovuto dissolversi; a Baghdadi veniva ordinato di restringere le sue operazioni al solo Iraq. Nel frattempo il suo precedente ufficiale Joulani sarebbe divenuto il leader della sezione ufficiale di Al-Qaeda in Siria. Entrambi gli uomini, aggiungeva Zawahiri, avevano un anno per mettersi alla prova, dopo il quale Al-Qaeda avrebbe deciso quali successive misure prendere. Come ogni sentenza sopsesa, conteneva un’offerta di redenzione e una minaccia: Baghdadi avrebbe potuto prosperare, muovendosi bene con le nuove regole, oppure perdere interamente la sua posizione dentro Al Qaeda. Infine per assicurare che l’accordo avvenisse pacificamente, Zawahiri mandò un suo emissario, Abu Khalid al-Suri, che aveva investito del potere di risolvere ogni successiva disputa.

Un ex membro anziano dell’ISI, che non vuole sia fatto il suo nome, ha detto al Guardian che Baghdadi si infuriò per la lettera di Zawahiri: era scioccato dall’esser stato trattato alla stessa stregua di Joulani e che gli venisse ordinato di rimanere fuori dal conflitto siriano nel quale aveva investito così tanto. Secondo Maqdsi, Baghdadi scacciò con disprezzo l’ambasciatore di Zawahiri. «Suri disse a Baghdadi: se ti attieni a questi punti e torni in Iraq, non renderò questo ordine pubblico» dice Maqdisi. «Invece, l’Isis rifiutò l’ordine, e dopo iniziò ad attaccare Zawahiri dicendo ‘Al Qaeda è andata, collassata». Dopo che Suri diede seguito alla minaccia di rendere pubblico l’umiliante diktat di Zawahiri – che venne girato ad Al-Jazeera in giugno –Baghdadi replicò con una brusca e inflessibile risposta: «Finchè abbiamo un battito o un occhio che batte» l’ISIS sarebbe stata lì per restare. Era la prima volta che una figura di spicco di Al-Qaeda avesse mai pubblicamente disobbedito al leader dell’organizzazione. «Quello fu un campanello d’allarme» ricorda Abu Qatada.

Quell’estate l’Isis iniziava a prepararsi per la guerra, ingrossando i suoi ranghi e rendendosi pronta a reclamare indietro il territorio siriano da Nusra, che credeva fosse legittimamente il proprio. In una strabiliante sequenza di evasioni, sparando colpi di mortaio alle mura e usando autobombe per far saltare gli ingressi, liberò centinaia tra i più pericolosi detenuti dell’Iraq. Secondo documenti segreti recentementi ottenuti da Der Spiegel, l’Isis iniziò a implementare piani per avvantaggiarsi del flusso di migliaia di uomini che stavano arrivando in Siria dalla Tunisia, dall’Arabia Saudita, dalla Turchia, l’Egitto e l’Europa. Senza legami con i siriani, era probabile che questi combattenti stranieri rimanessero fedeli. Ed essi avevano bisogno di essere fedeli, perchè invece di combattere Assad – come erano venuti in Siria a fare – essi sarebbero stati usati per pugnalare alla schiena gli autoctoni gruppi ribelli anti Assad.

[continua]

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