Del risorgere: la mostra degli Uffizi a Casal di Principe

di Pasquale Terracciano

Nel 1993, quando le bombe colpirono Firenze, Brutus, era il lungotenente del clan Bidognetti sulla costiera nord della Campania. A Casal di Principe sarebbe stato ucciso da lì a poco il parroco anticamorra, don Peppe Diana, e il sindaco che gli era amico, Renato Natale, avrebbe dovuto abbandonare l’incarico dopo una serie di minacce e il sabotaggio della sua giunta.

La villa confiscata a Brutus ospita da qualche anno un Centro intitolato a don Diana. In questa settimana è sotto i riflettori perché ospita «La luce vince sull’ombra», una mostra inaugurata lo scorso 21 giugno, che rimarrà aperta fino al 21 ottobre.

Organizzata da Antonio Natali, direttore degli Uffizi e da Fabrizio Vona, direttore del Polo Museale della Regione Puglia la mostra, si inserisce all’interno di un progetto, La città degli Uffizi, attivo ormai da 7 anni, che mira a calare il museo fiorentino in quei territori che abbiano relazioni forti con esso. In alcuni casi si è trattato di vincoli artistici e culturali; in questo caso di legami di natura etica e solidaristica.

Vi è soprattutto un cortocircuito storico, attraverso le fiamme e le ombre che avevano avvolto via dei Georgofili in quella notte di maggio del ’93, quando la mafia per colpire al cuore lo Stato, aveva colpito uno dei simboli principali della sua storia e della sua bellezza. A simboleggiare quello squarcio, uno dei dipinti esposti è infatti la ricostruzione del «Concerto Musicale» di Bartolomeo Manfredi, quasi interamente distrutto durante l’attentato.

concerto musicale

Le altre 19 opere (provenienti dalle collezioni degli Uffizi, del Museo di Capodimonte, della Reggia di caserta, e del Museo di Capua) continuano a tessere il filo conduttore dell’ombra. Sono in massima parte opere di artisti seicenteschi napoletani, come Luca Giordano e Salvator Rosa, ma vi è anche, per esempio, il «Fate presto» di Andy Warhol, ispirato al terremoto dell’Irpinia. Il percorso non è casuale: il tormento violento di un territorio è evocato dalla «La strage degli innocenti» di Massimo Stanzione; ma forse la migliore icona artistico-politica dell’esposizione resta una splendida copia (di Battistello Caracciolo) dell’Incredulità di San Tommaso di Caravaggio. Destinata a chi è incapace di credere a una risurrezione, e ora può toccarla con mano.

Incredulita' di San Tommaso - Dirck van Baburen

Da Casal di Principe, Firenze può sembrare lontanissima. Da un lato, la culla del Rinascimento, una delle capitali della moda, l’apice di una bellezza ordinata come il bugnato che scansiona i palazzi della città. Dall’altra la campagna soffocata dai veleni e dalle armi; la rampa della superstrada che attraversa l’agro aversano che mostra, come celebrato da Gomorra, una striscia di case non finite che si alternano a frastornanti dimore fintohollywoodiane. Ma le maestranze, ad esempio i piastrellisti, erano noti in tutto il centrosud, come lavoratori di quantità e cesello. A Casale, così come a Corleone, non sapete quanto bruci sapere che il nome degli abitanti è per tutti solo il nome di un clan. Che ogni casalese è considerato un casalese.

Quasi 25 anni dopo la mostra degli Uffizi a Casale, nella villa che fu di Brutus, è un dono che si fa la città, fatto di ostinazione e caparbietà, nella convinzione che la bellezza, l’orgoglio e la luce possono essere armi contro la mafia (non le sole certo, non le ultime, per niente). A Casale è tornato a essere sindaco Renato Natale, che nel frattempo faceva il medico volontario per i migranti a Castel Volturno (per la serie: la politica campana può offrire meglio di De Luca). Negli ultimi comizi prima del voto, Natale ha detto di voler cambiare l’immagine che c’è dei casalesi e di voler tenere la luce accesa sui territori. Un filo rosso già allora collegava quei comizi alla Toscana. Uno dei passaggi più applauditi riguardava infatti la scoperta delle vicende di «Francesco detto il Napoletano», un ignoto partigiano originario di Casal di Principe, che venne uccise sul fronte toscano, nella strage sul Monte Rovaio. Come a dire: qualcuno di noi è già stato un’eroe di una Resistenza. Ma anche a segnalare la volontà di ricostruire un pantheon cittadino, e di scacciare l’idea che gli unici casalesi che abbiano lasciato il loro segno sulla storia siano i boss.

Il titolo della mostra è allora di squisita (una volta tanto) retorica politica. «La luce vince sull’ombra» una constatazione di quello che sta accadendo. «La luce di cui godono gli Uffizi come fama deve riverberarsi in questo luogo per far capire che c’è gente che lotta. Questa è l’esperienza fondamentale, far capire che lo Stato affianca la lotta» così dice il direttore degli Uffizi, Antonio Natali, impegnato in un lavoro di promozione culturale inteso in senso ampio. Far accorrere turisti in una terra che veniva considerata solo di boss, vuol dire illuminare un territorio e le sue politiche, nella convinzione che finchè la luce è accesa si riduce lo spazio per gli interessi opachi, e si allenta la stretta mafiosa sul territorio.

Un azione dello Stato – un direttore di Museo, ricorda Natali, ha doveri di funzionario dello Stato – nei riguardi di persone che vogliono risorgere, con un grosso investimento in termini di rischi e anche di speranza. Così le parole che accompagnano la mostra, tutte incentrate sulla R, sono: Responsabilità, Recupero, Resistenza, Ragione, Riflessione, Reputazione, Rivoluzione, Riuso, Rinascita. A guidare i visitatori, gli Ambasciatori della Rinascita, un gruppo di giovani volontari della cittadina.

Riconciliazione con il territorio, dunque. Condivisione della bellezza e non solo della disillusione, della rabbia, dello sdegno. Il segno concreto che qualcosa si può fare. Renato Natale, ritornato sindaco, nella conferenza stampa di inaugurazione cita allora il Gramsci del pessimismo della ragione e dell’ottimismo della volontà, per affermare le ragioni della resistenza casalese. Ma anche Falcone, per ricordare che la mafia, come tutte le costruzioni umane, non è eterna.

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