Parigi e Beirut: pensare bifocale

di Pasquale Terracciano

Parigi e Beirut hanno avuto una continuità drammatica in questi giorni, e una contrapposizione implicita. Vittime consecutive, ma paradossalmente antagonistiche nelle polemiche riguardo la nostra commozione e i lutti passati in silenzio (e finanche al riguardo di Facebook prontamente postasi al servizio della sicurezza dei francesi e immobile per i libanesi). Parigi-Beirut sono la continuità-contrapposizione tra la profilassi interna e le azioni da intraprendere in Medio Oriente (Beirut non è Raqqa, ovviamente, ma l’Isis ci sta insegnando a pensare il fronte di guerra indipendentemente dalle frontiere). Ormai è chiaro che il cul de sac è questo: per sconfiggere l’avanzata dell’Isis in Levante si sta andando verso l’intervento armato, forse anche via terra. D’altro canto proprio quell’intervento, che non potrà essere ‘pulito’, peggiorerà il fronte interno, rendendo endemica, nel medio periodo, l’affiliazione a forme di fondamentalismo islamico nelle periferie europee: di conseguenza le misure d’emergenza necessiteranno di un periodo ben più lungo che i tre mesi richiesti da Hollande. In sintesi: più rappresaglie, più jihadisti. Non intervenire, fa forse salva l’ipocrisia europea, ma non migliora la stabilità della zona e lascia curdi, sciiti e una parte dei sunniti nelle non invidiabili mani dell’Isis. Non sembra esserci scampo. Una mano del diavolo, si direbbe a carte: un giocatore direbbe che la prima cosa da fare è pensare in anticipo a cosa tenere e cosa scartare tra le nostre categorie, a costo di ripercorre banalità. Continua a leggere