I numeri del Mediterraneo

di Pasquale Terracciano

Secondo Frontex, l’agenzia europea che si occupa di coordinare il monitoraggio delle frontiere europee, le rotte che vengono utilizzate per cercare di entrare in Europa sono sei: Western African (Marocco e Senegal verso le Canarie), Western Mediterranean, (Ceuta e Melilla), Central Mediterranean (dalla Libia verso Malta, la Sicilia, ma anche la Puglia), Western Balkan, (kossovari e bosniaci, ma anche rifugiati africani che vanno verso la frontiera serbo-ungherese) Eastern Mediterranean (dalla Turchia alla Grecia, alla Bulgaria meridionale o a Cipro), Eastern Borders (Ucraina), più il passaggio dall’Albania alla Grecia. Sono rotte che seguono fortune e sfortune, inseguendo le maglie delle frontiere e dei regolamenti, fuggendo le rovine degli stati e le tracce della fame.
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Sartre e i dannati della Terra

(prefazione a Frantz Fanon, I dannati della terra, Paris 1961; Torino 1962, traduzione di C. Cignetti)

Or non è molto, la terra contava due miliardi d’abitanti, ossia cinquecento milioni d’uomini e un miliardo e cinquecento milioni d’indigeni. I primi disponevano del Verbo, gli altri se ne servivano. Tra quelli e questi, reucci venduti, feudatari, una falsa borghesia inventata di tutto punto fungevano da intermediari. Nelle colonie la verità si mostrava nuda; le «metropoli» la preferivano vestita; bisognava che l’indigeno le amasse. Come madri, in certo modo. L’élite europea prese a fabbricare un indigenato scelto; si selezionavano gli adolescenti, gli si stampavano in fronte, col ferro incandescente, i principi della cultura occidentale, gli si cacciavano in bocca bavagli sonori, parole grosse glutinose che si appiccicavano ai denti; dopo un breve soggiorno in metropoli, li si rimandavano a casa, contraffatti. Quelle menzogne viventi non avevano più niente da dire ai loro fratelli; risonavano; da Parigi, da Londra, da Amsterdam noi lanciavamo parole: «Partenone! Fratellanza!», e da qualche parte, in Africa, in Asia, labbra si aprivano: «… tenone! … lanza!» Erano i tempi d’oro .

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La lezione minima della Resistenza

di Marco Bresciani

(una versione più estesa è stata pubblicata sugli Statigenerali)

La Resistenza è stata a lungo una risposta. Una risposta che legittimava le istituzioni post-1945 in tutta Europa con la retorica della “liberazione nazionale” e con quella della “guerra antifascista” (intesa soprattutto come antinazista e antitedesca). Una risposta che nondimeno alimentò, dagli anni Sessanta, le aspirazioni e le velleità “rivoluzionarie” di giovani generazioni ansiose di riprendere in varie forme il radicalismo antifascista. Una risposta che infine, in Italia più che altrove, la sinistra ha cercato di recuperare nel tentativo di rinnovamento post-1989, in chiave di opposizione alle forze che si proponevano di chiudere l’esperienza della “Prima Repubblica”. Tutto questo, in larga misura, appare ormai archiviato. Soprattutto perché completamente mutato è il contesto europeo e globale. Continua a leggere

Solo dopo aver visto il mare

di Claudia Banchelli

La prossima volta che atterro non lo faccio più. Che arrivi a Londra, Amsterdam, Atene o Barcellona, pochi istanti dopo essere salita sul bus che dall’aeroporto mi porta nel cuore della city, il primo, fatidico, e ansiogeno interrogativo che sento è sempre lo stesso: “Ti prende?” La domanda la fa uno ma lo stato d’animo, si sa, vale per tutti. Segue qualche minuto di concentrazione: lo sguardo fisso sul mio/nostro smartphone. Non ci togliamo neanche il giacchetto. Poi succede qualcosa. La situazione si sblocca: “Sì, mi prende”. Anche qui, la voce è solo quella di uno ma la gioia contagia l’intera ‘comitiva’. Dopodiché, alziamo di scatto la testa, fino a quel momento china sulla protesi elettronica che teniamo in mano con fiducia, e guardiamo fuori dal finestrino dell’autobus: grigio, grigio, asfalto. L’unico verde è quello della segnaletica stradale. Alla nostra meta mancano ancora 60 km. Continua a leggere

La Toscana di Mario Monicelli

di Lorenzo Cipriani

 

Il prossimo 16 maggio ricorre il centenario della nascita di Mario Monicelli. Che non nacque a Viareggio come molti negli anni hanno creduto, anche a causa di un equivoco che il noto regista si divertiva ad alimentare, ma a Roma nel quartiere Prati. Ma toscano Monicelli si è sentito e dichiarato per tutta la vita, non solo per il suo carattere arguto, cinico e beffardo come nella migliore tradizione toscana, ma anche perché ha sempre dimostrato una particolare affezione per una terra che gli aveva dato molto e alla quale molto restituì. Gli anni della giovinezza li passò a Viareggio, dove si era trasferita la famiglia e dove compì gli studi laureandosi a Pisa, dopo un trasferimento di qualche anno a Milano. Il primo incontro con il mondo del cinema avvenne a Viareggio, dove nel ’37 girò il suo primo film, Pioggia d’estate, con lo pseudonimo di Michele Badiek. Continua a leggere

Pattume

di Mario Monicelli

Il mio amico Giorgio aveva un cane di nome Pattume. Era un animale grosso e piccolotto quasi sempre di cattivo umore. Lui e il suo padrone si incamminavano dalla casa vicino al mare, lungo il viale La Passeggiata fino al molo. Lui qualche metro dietro al suo padrone silenzioso senza mai distrarsi, soffermarsi o fiutare. Pattume non fiutava mai nulla.

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Charlie Hebdo, il mondo diviso e gli errori dell’Occidente

di Dongbo Wang

Gli attacchi terroristici di Charlie Hebdo a Parigi hanno colpito in modo cruento e pieno di violenza primitiva la società francese nel suo insieme, gettandola nel terrore. Per la posizione della Francia nel mondo, Il terrorismo è diventato nuovamente il tema su cui sta discutendo il mondo. Il mondo, o meglio, l’occidente. È interessante notare come le reazioni riguardo a quest’attacco terroristico siano state molto diverse. Ancora una volta le diverse opinioni pubbliche hanno fatto capire che il mondo è diviso. Nei principali media occidentali, la tragedia parigina è stata seguita 24 ore su 24 senza interruzioni, ma se si a guardare la televisione nei paesi islamici, sarebbe apparso che nulla era accaduto, o ben poco. L’onda emotiva e le commemorazioni spontanee vi sono state soprattutto in Europa occidentale e nord America. In tutta l’Asia, il Medio Oriente, la maggior parte dell’Africa del Sud America e della Russia le piazza sono rimaste vuote.

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