Sir Keynes e il pregiudizio del risparmio

Per la sinistra degli ultimi decenni Keynes è stato molto più spesso una formula o un talismano piuttosto che un pensatore con cui confrontarsi corpo a corpo. L’utile e il buono sono i due poli di un dibattito che prima di essere ideologico è antropologico, e che è alla radice di molti dei nostri comportamenti economici. Il risparmio, la spesa e la crisi finanziaria, tra politica economica e morale privata 

di Tommaso Codignola 

Tutta l’Europa del sud chiede un allentamento dei vincoli di stabilità che imbrigliano l’uscita dalla crisi dentro un sistema di regole stabilito più di  vent’anni fa (Maastricht 1992). Allentamento dei vincoli vuol dire liberare un po’ la briglia della spesa pubblica per mettere in moto occupazione e consumi: la ricetta di Keynes. Tuttavia se si va a vedere cosa pensava effettivamente Keynes del risparmio (leggendo ad es. il bellissimo Le mie prime convinzioni, recentemente riproposto da Adelphi), se ne ricava un punto di vista più interessante: l’ostilità di Keynes per la nozione di “risparmio” precede di molto la nascita del keynesismo ufficiale (le ricette anti-neoclassiche di Keynes per ovviare al regime di sottooccupazione determinato dai mercati se lasciati a se stessi).

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Le idee. Giovanni Jervis, Contro il sentito dire

di Lev

A cinque anni dalla morte, esce per Bollati Boringhieri a cura di Massimo Marraffa una raccolta di saggi di Giovanni Jervis dal titolo: Contro il sentito dire. Psicoanalisi, psichiatria, politica. Non troppo noto al grande pubblico, Jervis (1933 – 2009) è stato un intellettuale italiano l’ambito dei cui interessi si muoveva (come riporta il sottotitolo del volume) tra psicoanalisi, psichiatria e politica. Ma si potrebbe forse articolare meglio questa prima definizione nella formula: la ricerca di un’antropologia per l’ideazione quanto possibile realistica di una società buona. Questo, ci sembra, il progetto intellettuale complessivo di Jervis.

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